Processo Concordia, Schettino: «Sarò l’unico a pagare. Non cerco perdono»

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Corriere de la Sera

27.02.2015

La versione dell’ex comandante della nave affondata il 13 gennaio 2012: «Mi sono scusato in privato con le famiglie delle vittime. L’Isola dei Famosi? Volevo un’offerta scritta per esibirla e stracciarla»

di Marco Imarisio

«L’Isola dei famosi no. Manco a parlarne. A ballare e cantare sull’Isola dei famosi no. Almeno questo non me lo merito».


L’uomo che parla avrebbe qualche altra preoccupazione prevalente, a cominciare dai recenti 16 anni di condanna, frutto di un naufragio piuttosto celebre e dei 32 morti di quella notte, quando la Costa Concordia urtò gli scogli davanti all’Isola del Giglio. Invece pare si debba cominciare da qui. Dallo scherzo de Le Iene, la finta trattativa per una partecipazione di Francesco Schettino al programma dei naufraghi più o meno celebri, fatta con un sedicente procuratore dell’ormai ex comandante - altri non era che Francesco, figlio del suo ex avvocato Domenico Pepe - una trovata che gli vale la nuova richiesta d’arresto.


«Parto da qui, perché quando uno è disperato, non gli resta che la dignità. Da quella notte a oggi sono stato tradito da tanti, a cominciare da chi mi doveva difendere, ma non dalla mia dignità. Da giorni sto assistendo nelle trasmissioni del pomeriggio a un tentativo di massacro, per una cosa che mai ho pensato di fare. E nonostante le mie smentite, a costo di fare audience, si continua a offrire una versione torbida di una storia invece chiara e documentata. Una cosa impietosa, feroce, falsa».

Signor Schettino, ma dopo tutto quello che è successo davvero questa vicenda è così importante?


«Per me lo è. Per mia figlia lo è. Ho perso tutto, lasciatemi almeno la dignità. Vorrei che non si speculasse più su quella tragedia».

Lei su quest’Isola ci voleva andare o no?
«No!!! E non so più come dirlo. A febbraio, con il processo in corso, il mio avvocato mi ripropose questa possibilità, dopo che gli avevo già dato risposta negativa ad agosto».

Il suo avvocato mica l’hanno scelto dei feroci giornalisti...
«Quando vidi che padre e figlio non pensavano a studiare le carte ma a parlare con voi, era troppo tardi per tornare indietro. Anche un rappresentante dell’accusa glielo disse: non state facendo l’interesse del vostro cliente. Aveva ragione, purtroppo».

 Per lei è sempre colpa degli altri?

«Chi l’ha mai detto? Io volevo soltanto che fossero distribuite le quote di responsabilità su quanto accaduto quella notte. Dal processo nessuno ci ha capito niente».


Addebitiamo al tritacarne mediatico anche la sua lezione alla Sapienza?
«Non era una lezione! C’era uno psicologo forense che stava conducendo un seminario accademico sulla percezione delle persone che hanno vissuto momenti di stress. Mi avevano interpellato. Mi ero messo a disposizione. Era solo una testimonianza».

 
Come la serata mondana in bianco con flute di champagne?
«Ero andato a trovare l’editore del mio libro, che prima o poi uscirà. Ho ricevuto un invito, senza fare nulla di male. Ero una persona in attesa di giudizio, non un appestato. Tutto questo è uno schifo, indegno di un Paese civile».

 
E le vittime? In questi anni mai una parola su quei 32 esseri umani.
«Li ho tenuti fuori dallo schifo. Ho voluto parlare il giorno della sentenza per rendere omaggio a quelle povere persone. L’ho deciso perché i magistrati avevano detto in aula che non mi ero cosparso il capo di cenere. Il solo fatto che non sono riuscito a leggere fino in fondo quel che avevo scritto le può far capire quello che provo».

Non era un tributo fuori tempo massimo?

«Non volevo usare il loro dolore per rendermi più accettabile. Avrei mancato di rispetto. Certe cose non vanno esibite. Ho incontrato i parenti di alcune delle vittime, come ho detto in aula. Certo, sarebbe stato più facile e vantaggioso dire “mi dispiace” davanti a un microfono. Ma quale atteggiamento è più serio, fare le cose con discrezione oppure divulgarle per il proprio tornaconto? E poi, chiedere scusa o piangere i morti della Costa Concordia non mi fa tornare indietro. Purtroppo non si può».

 
Naturalmente lei è sempre convinto di essere vittima di un complotto?
«C’è stato chi ha voluto proteggere interessi economici forti. Niente avviene per caso. Neppure la denigrazione. Eppure io, il grande colpevole italiano, ci ho messo la faccia. Non mi sono nascosto. Per tre anni. E sarò l’unico a pagare. Ma nessuno me lo riconosce».

Cosa dovrebbe esserle riconosciuto? Se salgo su una nave, metto la mia vita nelle mani del comandante...
«Non è proprio così. Comunque mi prendo le mie responsabilità. Per me è un lutto indelebile. E so che non ci sarà mai perdono per me. Ma neppure lo cerco, mi creda».